venerdì 12 agosto 2016

Racconto breve - LAVATI

LAVATI


Puzzava. Diego puzzava. Fu questo il primo impatto che ebbero di lui quando fu sbattuto in quella cella. Un ammasso di orgoglio che emanava fetore. Ma non era lui, erano i suoi vestiti che appestavano l'aria e scatenavano il disgusto in chi gli stava vicino, oltre che a Diego stesso. Se si fosse denudato e avesse gettato gli abiti dalla finestra, attraverso le sbarre, avreste creduto di sentire l'odore di buono del pane appena sfornato, di un neonato, non l'odore di un ragazzo di diciannove anni. Sì perché Diego si lavava ogni giorno. I suoi vestiti puzzavano di sudore, di macchie di cibo rancido, di piedi, di sperma secco, di cane bagnato. Ma sotto lui odorava di legno di frassino, di vetro di bottiglie di spumante, di conchiglie levigate, di gusci di lumaca dopo la pioggia. Era un odore liscio, senza rilievi o imperfezioni, rivestito di puzza. Solo un naso fino avrebbe potuto cogliere gli odori al di sotto dei suoi abiti. Ma nessuno dei detenuti con cui era stato imprigionato aveva l'olfatto così tanto sensibile. No, al contrario loro avevano i vestiti puliti al meglio che le possibilità carcerarie potessero offrire. Ci tenevano a dimostrare che perfino in carcere loro potevano ostentare abiti senza macchie. Ma Diego lo sentiva. La loro pelle puzzava. Puzzava di carta vetrata butterata piena di peli folti, neri e arricciati in gocciole di sudore che la irrancidivano. Per questo l'odore dei vestiti di Diego per loro era così sgradevole. Era un odore che conoscevano bene, così intimo, un olezzo che si portavano dietro da una vita cercando di nasconderlo a tutti, inclusi loro stessi. Sentirlo così intensamente, così improvvisamente e platealmente dentro le loro narici alla comparsa di quel ragazzo, per loro era troppo.

- Che puzza, bleah!

Esclamò un tipo basso di carnagione scura. Per lui il carcere era già insopportabile. L'odore di Diego sembrava un ulteriore peso aggiunto alla sua già pesante condanna. Per Redan (così si chiamava) era troppo.
In galera c'era finito perché un amico lo aveva accusato di essere lo spacciatore della zona. Vatti a fidare degli amici. Avevano accusato lui perché era un tipo debole, dal carattere fragile, uno da poter infamare senza temere ritorsioni. Così in carcere aveva imparato ad appoggiare sempre i più forti e a stare sul carro del vincitore. Era un tipo che si lavava, Redan. E si cambiava spesso i vestiti. Diego, che era un ragazzo abbastanza saggio per la sua età e orgoglioso, aveva già percepito l'ostilità di Redan e il fastidio che i suoi compagni di cella provavano per lui. Che poteva farci se puzzava? Lo avevano arrestato mentre era depresso. Stava in casa per giorni, settimane, a fissare il vuoto e a non cambiarsi e lavarsi mai. Lo avevano portato via una mattina di maggio, senza ovviamente dargli il tempo di fare una doccia. E poi non si era mai visto nessuno mettersi in tiro prima di essere sbattuto in carcere. Nonostante la depressione, oltretutto, aveva cercato di scappare. Non sapeva perché dovesse farlo, essendo depresso il suo animo gli suggeriva di arrendersi. Tuttavia le sue gambe scappavano. E scappando aveva sudato negli abiti già sporchi che così puzzavano ancora di più. In cella non poteva certo improvvisare una doccia o un cambio di vestiti né poteva radersi la barba di tre settimane per non sembrare un barbone. Avrebbe voluto perché era un tipo orgoglioso. Avrebbe voluto perché era un tipo intelligente e aveva capito che in carcere non gli conveniva infastidire gli altri detenuti con una cosa così stupida come la puzza e rischiare di litigare con tutti. Le persone in carcere sono tutte molto tese e nervose e lui l'aveva capito subito. Ma la sua paura non era quella di essere picchiato o emarginato dagli altri carcerati. Era apatico e depresso, non gli sarebbe importato proprio nulla se lo avessero maltrattato. Ma per orgoglio, Diego avrebbe voluto uscire da lì il prima possibile. E' da falliti stare in carcere e lui sembrava l'unico a rendersene conto. Aveva notato che alcuni degli altri detenuti mentivano a sé stessi per sopportare il carcere. Agivano e parlavano come se fossero stati in un albergo a cinque stelle dove non mancava nulla. Coglioni. Mancava l'amore, mancavano le donne. Diego era molto più razionale. Senza coprirsi con nessuna maschera, ammise l'inequivocabile realtà dei fatti. Il carcere era una merda. Il carcere era insopportabile. Non si era reso conto che quel posto iniziava a smuoverlo dalla sua depressione. Aveva, dopo tanto tempo, uno scopo: doveva andarsene. Il cervello gli suggeriva che la buona condotta era un modo furbo per abbreviare i tempi. Litigare con gli altri perché puzzava non lo avrebbe aiutato. Ma era troppo orgoglioso per tentare di giustificarsi ai loro occhi ammettendo che puzzava così a causa della depressione. Dopo i delinquenti gli avrebbero chiesto:

- E perché sei depresso?

Non avrebbe avuto il coraggio di confessarlo a nessuno. Preferì tacere e provare a sistemare la situazione in un altro modo: raccontando una barzelletta. Dopo quella volta imparò che non bisogna mai, in nessuna circostanza, raccontare una barzelletta quando sì è depressi. Esordì sorridendo meccanicamente, senza neppure essersi presentato agli altri detenuti:

- La sapete la barzelletta del giaguaro?

Redan tacque e lo guardò di sbieco, malissimo, con un espressione quasi come se volesse sputare al pavimento.
Si intravide un movimento da sotto la coperta, in una delle brande, un detenuto che evidentemente stava dormendo si era destato, ma non del tutto, infastidito. Era Ion il rumeno che alle dieci della mattina stava ancora dormendo. Ion era stato denunciato da una delle sue donne. Una connazionale di diciassette anni portata in Italia dalla Romania da certi suoi amici con la promessa di lavorare come cameriera o donna delle pulizie, era poi stata consegnata a Ion. Per convincerla a prostituirsi Ion inizialmente si era comportato da amico, offrendole cene, regali e inducendola all'uso di droghe leggere, per farle credere che l'Italia fosse il paese dell'oro. Dopo qualche settimana di bella vita, Ion iniziò a dirle che non c'erano più soldi per divertirsi e che per permettersi lo stesso tenore di vita, la ragazza avrebbe dovuto prostituirsi. Al categorico rifiuto di lei, Ion si infuriò come una belva, iniziò a picchiarla e minacciarla, dicendole che aveva un debito da pagare per tutti i regali ricevuti. Si chiuse dentro un ascensore con lei e la massacrò di botte. Il caso volle che quell'ascensore si bloccasse, restò paralizzato per più di due ore. All'arrivo, i soccorsi, trovarono la ragazza massacrata di botte e in lacrime. Il caso finì su tutti i giornali e anche in alcuni telegiornali regionali. Il pubblico ministero non fu clemente nella richiesta della pena da applicare. Il giudice che condannò Ion fu severo, quella mattina si era svegliato con il piede sbagliato: solamente la sera prima aveva scoperto il tradimento della moglie con un latin lover romeno. Comunque, anche se così non fosse stato, la condanna inflitta a Ion per il suo grave reato sarebbe stata la medesima. Ion in carcere era incazzato con il mondo, abituato al potere, ai soldi, alle donne, si ritrovava a trentasette anni a marcire in un buco di merda con tanti anni ancora da scontare per aver indotto una minore alla prostituzione. Ma in fondo, non pensava che fosse colpa sua, pensava che tutte le donne fossero troie, che l'Italia fosse una merda e che gli italiani fossero merde. Così, da sotto le coperte esordì:

- Che cozè cuesta puza di merda?

Si tirò giù la coperta in modo da scoprire il viso, affacciò la testa, aspetto che gli occhi si abituassero alla luce e fissò Diego.

- Ah, italiano di merda! Cazzo dici pezo di merda?

Sputò in un bicchiere di carta con disprezzo, lo sguardo rabbioso in direzione di Diego.
Diego finse di non essere intimorito e proseguì con la sua barzelletta.

- Nel deserto, ti insegue un giaguaro, che fai?
- Prendo un bastone e mi difendo
- Non ci sono bastoni!
- Il coltello e mi difendo
- Niente coltello!
- Una pietra?
- No, niente sassi o pietre..
- Uffa, ma tu sei amico mio o del giaguaro?

LAVATIIIIIII!!!!

Gli gridarono in coro i due detenuti.

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