martedì 27 dicembre 2016

L'altro.



                                                               L'ALTRO



Erano le dieci di mattina. Chiara stava andando in palestra, come tutti i santi giorni. Voleva, voleva... Non sapeva neppure lei cosa voleva. Era già bellissima, il fisico non le serviva. Forse voleva solo sentirsi più forte. Forse voleva dimostrare a sé stessa che aveva la capacità di faticare e lottare, la costanza per portare avanti qualcosa, i cui risultati si scolpissero addosso. Ed era diventata stupenda, Chiara. Col suo caschetto nero, il suo taglio degli occhi, il nasino e le labbra sostenuti dalla sua alta statura e dal fisico palestrato, avrebbe fatto impazzire qualunque uomo. Era naturale che tutti ci provassero con lei e ormai la cosa le era venuta a noia, non era più nemmeno lusingata, ma solamente infastidita dai vari uomini che durante le sue giornate la tormentavano con battute e battutine. Tutti i tipi di maschi, ragazzini demenziali, vecchi orrendi, ma anche giovani e bei ragazzi, ormai le apparivano tutti scontati. Aveva sofferto molto in amore, Chiara, si era molto scottata, si era data, aveva esaurito tutte le sue energie. Era sempre stata una spugna, fin da piccola, le emozioni degli altri la svuotavano. Quando qualcuno la rendeva partecipe delle proprie emozioni Chiara si immedesimava tantissimo, perché era una ragazza sensibilissima, ma questo avveniva anche quando qualcuno condivideva la propria negatività, arrabbiandosi o sfogando il proprio malessere. Così, da bambina le era capitato di piangere e soffrire a causa di una compagna di classe a cui era morto il cane e di restare a casa da scuola una settimana per il dolore. Al suo ritorno a scuola la compagna di classe non pensava più al suo cane defunto, ormai rideva e scherzava con gli altri bambini, ma Chiara no, le era rimasta dentro una cicatrice. Era fatta così, Chiara e la storia con il suo ultimo ex le aveva lasciato dentro la cicatrice più profonda. Ivano era un bravo ragazzo, grande lavoratore e veniva da una buona famiglia. Aveva trenta anni e negli ultimi quindici si era dedicato anima e corpo al lavoro. Capiva perfettamente le cose pratiche della vita, mentre era del tutto assente la comprensione delle questioni emotive. Non c'era realmente qualcosa che non andasse con lui. E solo, che non si sentiva amata. Ivano non le aveva mai detto "ti amo". Dopo sei anni insieme, sei anni di sforzi unilaterali da parte di Chiara per portare avanti quella storia, era arrivato il momento dell'ultimatum. Chiara lo avvisò che se le cose non sarebbero cambiate, lei avrebbe fatto le valigie e sarebbe tornata dai suoi genitori. Passarono alcuni giorni ma Ivano non le disse nemmeno un "ti amo", nemmeno forzato, neppure per finta. Chiara fece le valigie e andò in stazione ad attendere il treno. Cinque minuti prima della partenza giunse in stazione Ivano, che le disse, finalmente:

- "Ti amo!"
- "Ti amo? Ti amo cosa? Adesso? Adesso è tardi, troppo tardi, hai avuto sei anni per dirmelo!"

Prese quel treno e tornò a casa dei genitori, morta dentro e fuori con la consapevolezza di avere sprecato tutte le sue energie emotive dietro a una persona che non la meritava e ora con l'umiliazione di dover elemosinare un posto ai suoi genitori, con i quali era in perenne conflitto.
Persa in questi pensieri, aveva ormai raggiunto la palestra. Percorse la strada che dall'accettazione porta allo spogliatoio femminile